In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, l’Archivio di Stato di Genova ripropone all’attenzione del pubblico due schede della mostra “Il genovese. Storia di una lingua”, curata nel 2017 dal compianto prof. Fiorenzo Toso e da Giustina Olgiati (Ed. Sagep, 2017). Prematuramente scomparso nel 2022, Fiorenzo Toso ha dedicato allo studio della lingua genovese e ligure buona parte della sua ricchissima bibliografia. Uno dei suoi ultimi lavori (Gian Giacomo Cavalli, Ra cittara zeneize. Poesie scelte, a cura di Fiorenzo Toso, Alessandria 2021) è stato dedicato all’opera poetica di Gian Giacomo Cavalli, il più raffinato poeta genovese del XVII secolo.
A fare di una parlata locale una lingua non è solo il suo utilizzo da parte di una comunità ma il suo ruolo come segno di identità collettiva e il rilievo che le viene conferito dall’impiego nell’amministrazione, nella diplomazia, nella letteratura, nello spettacolo. La lingua genovese ha unito a queste caratteristiche la capacità di espandersi in tutto il mondo, attraverso i viaggi dei mercanti nel Medioevo e l’emigrazione in epoca contemporanea.

1156, marzo 5, Genova
Inventario dei beni mobili di proprietà di Raimondo Pictenado e da lui destinati per testamento alla moglie Guglielma
ASGe, Notai antichi, 1; inserto tra le cc. 4 e 5
La ricchissima documentazione medievale conservata dall’Archivio di Stato di Genova lascia emergere a partire soprattutto dal sec. XII tracce significative del lento processo di formazione del volgare ligure. Il cartolare di Giovanni Scriba, il più antico registro notarile esistente al mondo, riporta poche notizie su Raimondo Pictenadus, che nel suo testamento lascia eredi la moglie Guglielma e il fratello Pietro, riservando al figlio nascituro solo la quota legittima (falcidia). In testi come questo inventario l’emergere di tratti riferibili alla lingua parlata si fa particolarmente vistoso pur all’interno di un contesto morfologico e sintattico ancora fondamentalmente latino: si notano anzitutto alcune forme grafiche destinate a godere di grande fortuna nei secoli successivi (ad esempio la -x- corrispondente alla fricativa palatale sonora del francese journal), ma alcuni tratti fonetici caratteristici dell’evoluzione storica del genovese sono ancora assenti, come il passaggio di -l- a una -r- destinata successivamente a indebolirsi fino alla completa caduta. Il lessico presenta invece una netta impronta volgare, data anche dal carattere di elenco di masserizie di frequente uso casalingo del documento: vi si trovano menzionati ad esempio una mastra (‘madia’, voce ancora viva nei dialetti rurali), duas bancas de maniar (‘due panche per sedere a tavola’), duas tendas de canavacio (‘due tende di tela di canapa’), una conca de ramo, unum auriger (‘un cuscino’, oëgê in genovese moderno), duos lençoles, duos bacinos de ramo (‘due bacili’), unum rexentar de ramo (‘un secchio’, mod. ruxentâ), unum cuiar argenti ruptum (‘un cucchiaio rotto d’argento’) e persino unum morter de ramo con .ii. pestelos (‘un mortaio di rame con due pestelli’).

1636
Gian Giacomo Cavalli
Ra cittara zeneize poexie de Gian Giacomo Cauallo,
In Genova, per Giuseppe Pavoni, 1636.
Le poesie raccolte nel 1636 da Gian Giacomo Cavalli nella sua Çittara zeneise rappresentano uno dei vertici dell’espressione poetica in genovese, e certamente il libro destinato ad avere maggiore fortuna, e a influenzare più durevolmente la letteratura dei secoli successivi. Con Cavalli viene definitivamente superato, nei fatti, l’antagonismo che contrappone l’uso scritto del genovese a quello dell’italiano, e la lingua locale si dimostra in grado più che mai di esprimere un proprio universo simbolico, di volta in volta piegato alle esigenze artistiche del poeta, impegnato in una complessa rappresentazione, sotto la metafora amorosa, della condizione umana e della società di cui Cavalli stesso è emanazione. Complice la poetica barocca della “maravegia”, l’autore della Çittara riprende e rielabora alcuni dei temi e delle immagini ricorrenti nella letteratura dei secoli precedenti presentandoli all’insegna di una “novità” che, celebrata tra gli altri da Gabriello Chiabrera nella prefazione alla raccolta, dà il senso del livello di elaborazione formale raggiunto nella prima metà del sec. XVII da una lingua raffinata, in cui cultismi e voci popolari si integrano perfettamente nella costruzione di un discorso poetico di arditissima costruzione. Il ricorrere di temi e ambientazioni strettamente collegati all’ambiente locale contribuiscono a loro volta a generare un legame profondo tra quest’opera e il pubblico – non soltanto colto – dell’epoca, e a garantire alla Çittara un ruolo riconosciuto di opera maestra dell’espressione genovese moderna.





